Scrivo qui sopra perché qui dalla Civica è possibile farlo (le altre connessioni di cui mi servo non mi caricano i post).
Stavo pensando ad un fatto che si è ripetuto, negi ultimi giorni, anzi nelle ultime notti, al Maria Vittoria, nella cui sala d'aspetto vado a passare la notte a periodi. E' una riflessione un po' del cacchio, che faccio en passant.
Benché l'attività di un pronto soccorso non smetta, ovviamente, mai, perlopiù di notte la situazione si fa più tranquilla. C'è una sala d'aspetto in cui i parenti sono esortati a trattenersi per non ingolfare il corridojo del pronto soccorso stesso, e c'è, per l'appunto, il corridojo, nel quale i parenti, perlopiù preoccupati, tendono a trattenersi in barba alle esortazioni, in modo da stare vicini ai parenti in visita, o in attesa di visita. Verso le 20.00, le 21.00, le 22.00 chi ha l'occhio esercitato può in effetti vedere dei musi loschi che si aggirano, con l'aria di chi non ha niente di meglio da fare che stare lì. Alcuni, più macilenti, fanno a gara ad occupare i cessi (dopo quarti d'ora di attesa penosa si sentono degli "occupato!" sempre più flebili, ed accompagnati da gemiti talora abbastanza angoscianti, se ci si guarda); altri, più sicuri e ben piantati, hanno delle mostrine, e manganelli e pistole che pendono loro dalle cinture. Altri ancora conversano amabilmente nella sala d'aspetto, dalla quale sono capaci di non rimuoversi, nemmeno per andare a pisciare, per quattro o cinque ore di séguito -- alla fine non un cane entrerebbe a sedersi o a prendersi un caffè, non tanto per timore dei due o tre salottieri conversatori, quanto per via dell'insostenibile fetore di cadavere, che è il primo tra i motivi per cui i guardiani, spesso, si rifiutano di far rimanere lì gli originali a passare la notte, o almeno la gran parte della serata.
Alcuni di questi ceffi duri hanno buoni vestiti puliti e la gelatina sui capelli, occhiali scuri e magari una moglie grifagna e sovrappeso che è lì per una visita: ma li riconosci per l'appartenenza alla famiglia perché, mentre vien giù il caffè nella macchinetta, loro, con aria distratta ma non troppo, verificano tastando a tutte le bocchette che qualcuno non abbia dimenticato degli spiccioli di resto. Altri si muovono a coppie, hanno l'aria divertita e vigile, e a differenza di altri, che cercano di racimolare qualche dieci centesimi chiedendo agli astanti concentrati sui fattaccj loro, sembrano pieni di monetina, e infatti saccheggiano coscienziosamente i distributori, raccontandosi barzellette ma vistosamente annojandosi.
Càpita che alcuni di quelli che stanno svaccati sulle poltroncine della sala d'aspetto squadrino minacciosamente quegli altri, riconoscendoli dal naso rapace, dagli occhj piccoli e distanti, dalla bocca senza labbra, dall'incarnato di cuojo grezzo; càpita che alcuni di quegli altri che vanno e vengono smettano di raccontarsi barzellette e sbadigliare, e comincino a ribattere ai primi con sguardi di sfida. Càpita che i primi dicano quello che in effetti è, e cioè: "Gli sbirri vanno e vengono", ai due tizj taurini. Càpita che uno dei due tizj così apostrofati dicano: "E' con me che ce l'hai?". Oppure: "Guarda che io sono un galeotto. A me gli sbirri mi fanno allergia". Nel secondo caso i due si salutano cordialmente, magari si dànno la mano, si offrono a vicenda, compatibilmente colle finanze, il caffè, e cerchino di piazzarsi un'autoradio o un pajo di occhiali firmati. Nel primo caso, di norma, tutto dà a pensare, nei primi secondi, che si stia sfiorando la rissa; ma non è vero niente, perché gli apostrofati, consapevoli del loro ufficio, cedono per primi e, senza avere l'aria di battere in ritirata, si allontanano. Càpita anche che due tizj taurini passino intere serate a fissare altre coppie di tizj taurini, salvo poi, dopo qualche serata di muta tensione, chiarire l'equivoco, darsi manate sulle spalle, offrirsi a vicenda un caffè e scambiarsi informazioni su qualche tizio ben piantato, se non taurino, che avrebbe piazzato uno stereo coll'emmepitré a quel tale loro collega, però "aveva il codice" (l'emmepitré, non il collega), e allora giù a ridere, a scambiarsi manate sulle spalle, a offrirsi a vicenda un caffè, &c.
Quando invece chi osserva è furbo (spesso sono le donne ad avere l'occhio più clinico), e le cose le nota, una volta che avvistano uno sbirro non lo mollano più. Potrebbero essere a loro volta sotto i ferri, si sveglierebbero dall'anestesia e strappatesi cannule e maschera dell'ossigeno comincerebbero a gridare a quanti mafiosi l'hanno data a pagamento, da quanti albanesi hanno dipeso, con quanti camorristi sono stati in affari, facendo nomi-e-cognomi e rivolgendo loro frasi nemmeno troppo implicitamente ingiuriose -- sempre con la scusa che tanto "non stanno parlando a loro" dato che hanno la testa voltata dall'altra parte. I replicati, pacati, gelidi "Non m'interessa", "Non m'interessa", "Non me ne frega niente" della guardia in incognito non hanno nessun potere calmante. La cosa andrà avanti ancora tre quarti d'ora dopo che, stufe di sentire stridii da gazza in calore, le guardie in incognito avranno levato le tende.
Guardandoli in faccia, io, che non ho l'occhio clinico, posso ben dire che sembrano tutti della stessa pasta (galeotti, cioè); posso tutt'al più aver imparato che galeotti e sbirri appartengono alle stesse séries per quanto riguarda l'aspetto somatico-fisiognomico. Ma la cosa che fa trasecolare è che i galeotti non distinguono gli sbirri dai galeotti, e gli sbirri i galeotti dagli sbirri; e, insomma, che né sbirri né galeotti si riconoscano tra loro. Quando fossi stato io a non distinguerli avrei potuto sensatamente inferire che sbirro e galeotto, guardia e ladro sono le due facce della stessa medaglia. Ma dal momento che sia guardie che ladri sono incapaci di distinguersi tra loro, sarebbe più logico farne discendere che sbirri e galeotti siano la stessa faccia della stessa medaglia. Ma allora l'altra qual è?
CCLXXI. Da questa postazione riesco a postare. E' sottinteso che ci sia un'altra postazione da cui NON riesco a postare. E sembra una contraddizione in termini, ma non è.
Ne approfitto per annunciare che ormai mi sono trasferito su
http://www.anfiosso.wordpress.com
dove riesco a postare senza problemi da qualunque postazione.
Di fatto l'ho già inaugurato, e ci ho scritto un pezzo, che (non avendo nulla da fare per il prossimo minuto) riporto anche qui:
Ottobre 28th, 2006 by anfiosso
3. Bel titolo, neh? No, niente, non è né un fogliettone né il soggetto di una miniserie. Sono solo osservazioni che faccio così, en passant, incidentally, senza troppo impegno.
Io non parlo volentieri dei contemporanei. Prima di tutto ci capisco poco, perché ho letto pochissimo Novecento, e il più delle volte mi mancano i presupposti. Secondo, sui contemporanei facilmente ci si accapiglia, e la cosa potrebbe anche starmi bene, non fosse che non ci si può accapigliare con gusto su cose che non piacciono e non interessano granché. Infatti (terzo) a me il Novecento non interessa quasi per niente. Duole dirlo, ma è così.
Però ultimamente, già che sono sofferente per via di tutta una situazione che ha cominciato a pesarmi insostenibilmente, non so se ad abundantiam o proprio per ultraraffinazione di masochismo, ogni tanto mi metto a seguire un contemporaneo. La cosa ha anche i suoi vantaggi, per un culo di pietra come me: il materiale è abbondante e facilmente reperibile, e poi le discussioni che si fanno sono normalmente istruttive circa le condizioni della cultura, per quanto, in prevalenza, limitatamente a questo o quell’autore, appunto, &c.
Ultimamente si fa un gran parlare di Roberto Saviano, questo scrittore napoletano, classe 1979 (è quindi un giovane di 27 anni, beato lui — benché i giornali abbiano riportato in massa che ne ha 28), che ha scritto un romanzo, o romanzo-inchiesta, o romanzo-saggio, dal titolo Gomorra. Scelta che, per la sua mera assonanza con “Camorra”, mi sapeva un po’ di pretesco (i preti, che per la più parte non sanno quello che si dicono, tendono ad essere sicuri più del suono che del significato delle parole, è per questo che sono usi a questi giochini di parole e rispondenze foniche), e infatti prende spunto da una predica di d. Giuseppe Diana, un sacerdote di Casal di Principe (patria dello scrittore) ucciso dalla camorra. Ho seguìto la vicenda personale di Saviano sui giornali, e ho tentato di capire che cos’avesse detto di tanto sbagliato, per finire minacciato dalla camorra.
Ho cominciato a leggere di sfroso il libro alla Mondadori e alla Fnac (alla Civica doveva esserci, ma è o fuori in prestito o è fuori posto, e comunque è irreperibile). Mi affascinava stranamente questo fatto per cui Saviano aveva inserito nella narrazione i veri nomi e cognomi dei camorristi, che si chiamano Zagaria, “Sandokan” Schiavone &c. Mi è parsa una cosa altamente originale, quella di mettere personaggi del tutto veri in una narrazione che si suppone finta (non falsa, non menzognera: finta, che è diverso). Poi, alla fine di settembre, al termine di una manifestazione anticamorra durata quattro giorni, nella natìa Casal di Principe si è rivolto direttamente ai capicamorra, sempre per nome e cognome, dicendo “Non valete niente” e “Se ne devono andare da questa terra”. Non so e non posso sapere, nella mia ignoranza, quanti altri veri nomi-e-cognomi abbia fatto nel libro. A questo punto sono cominciate le difficoltà; le quali (secondo la Repubblica, l’Espresso, l’Unità, il Corriere e varii altri giornali da me spulciati in biblioteca) consisterebbero in: 1. un certo isolamento ambientale; 2. il rifiuto da parte di un ristorante di servirlo (”Lei qui non è gradito”); 3. la preghiera di un panettiere di non servirsi più di quell’esercizio; 4. telefonate mute; 5. lettere anonime (dal contenuto non specificato). Si aggiungono altri due fatti, che, se veri, sembrano di gran lunga più dolorosi, ma il fatto che siano stati riportati solo una volta potrebbe renderli sospetti, cioè il fatto che i genitori gli abbiano tolto il saluto e la parola e il fatto che il fratello sia stato costretto a trasferirsi al Nord. In séguito a questi fatti, certamente spiacevoli, le autorità gli hanno messo a disposizione la scorta. Questo nonostante, per quanto è stato detto, non sia affatto scontato che sia stata la camorra a minacciarlo. Per quanto posso aver estratto io dalla lettura dei giornali, potrebbe anche essere stato il panettiere (posto che sia stato nominato, e non ne so nulla).
Alla gente, credo, non piace essere messa così, nome-e-cognome, in un libro, senza essere stata prima consultata. Alla gente, parimente, non piace l’eventualità stessa di poter essere, un giorno, nominata col proprio vero nome-e-cognome, e ritratta a tinte fosche in un romanzo sensazionalistico. Fin dove giornali ed ebdomadarii m’hanno potuto educere, potrebbe essere non la camorra, ma un comitato, o un semplice concorso, di ciane annojate, beghine diffidenti e vajasse sospettose con l’ausilio di piccoli amministrativi marginali e qualche ginnasiale un po’ sfigato, che hanno subodorato il rompicoglioni e lo vogliono stupidamente punire. Non sarebbe la prima volta che ci si espone è messo alla berlina perché si è esposto. Vero è, anche, che Saviano ha pubblicato presso Mondadori, e che i ballatoj, i ristoranti e le panetterie di Napoli sono lontane assai da Milano, Segrate e Arcore.
Rimane il fatto che io il romanzo (posto che sia un romanzo — Wu Ming ricostruisce con flaccida erudizione la complessa genealogia di un libro del genere, che dichiara comunque una novità assoluto) non l’ho finito, e non so se ce la farò mai. Nonostante in molti siano di parere contrario, trovo le digressioni in materia economica del tutto indigeste, per quanto esposte con chiarezza fors’anche eccessiva (non so quanto sia da prendere sul serio in materia economica uno che mette insieme, e quando meno te lo aspetti, Marx, Ricardo e Stuart Mills — ma, appunto, non me ne intendo) .
Per quanto riguarda la novità della struttura, essa è abbastanza evidente: solo che non è una novità rispetto a un libro-inchiesta come lo intendiamo oggi, ma è una novità rispetto a quello che mi sembra essere il vero modello del libro, vale a dire la narrativa sociale (e sensazionalista) ottocentesca. Ha destato sensazione il capitolo dedicato al “vestito di Angelina Jolie”, in cui il bravissimo sarto Pasquale, schiavizzato dalla camorra per fare e insegnare a fare vestiti di lusso in sordidi scantinati, vede in televisione la famosa attrice con indosso un vestito da lui confezionato, e si dispera. C’è qualcosa di fin troppo simile nei Misteri di Parigi, Pasquale ricorda la presso la patetica figura del giojelliere e i suoi meravigliosi manufatti, ahilui destinati ai ricchi & ai potenti, laboriosamente confezionati al bujo, al freddo, di notte, e in una squallidissima soffitta condivisa con la sposa disperata e la prole famelica.
La digressione è nata come lettera di nobiltà della narrativa socialeggiante: digressioni fa Disraeli nella Sybil, dove mette a frutto la sua esperienza di politico, digressioni disordinatissime fa Sue nei Misteri di Parigi, stupende digressioni, prima fra tutte quella sulle fogne di Parigi, fa Hugo nei Miserabili. Tutti modelli che Saviano sembra avere molto più presenti (non so se abbia letto Disraeli, ma che cosa importa?) rispetto a Stajano o alla Cederna, che ha nominato, o a tutta una serie di scrittori-giornalisti di scuola americana o anglosassone o che so io — nei cui lavori non ci sono intenti letterarii. Solo che Saviano non sembra essere in grado di inventare quanto, proprio, di rielaborare quello che ha appreso dai giornali, dai libri e dalle carte processuali su cui ha potuto mettere le mani; ed è proprio nel riproporre, con tensione espressionistica più che con ‘passione civile’, questi materiali preassunti la sua più grande abilità — se non l’unica. Non ha grandissima tempra di narratore, se non per quanto riguarda i singoli episodii, che tinteggia da romantico putrefatto, con paste acerrime, come un piccolo, valoroso Guerrazzi guappone, mentre l’organizzazione del testo come una ‘nebulosa’ di diversi fatti ricorda assai il Mastriani sociale dei Misteri di Napoli. Insomma, è come se il materiale digressivo si fosse portato via una fetta un po’ troppo consistente del romanzo, sbilanciandolo verso qualcosa che sembra per larghi tratti un saggio e non è — e questo non è un aspetto positivo.
Ed è singolare, questa serie di somiglianze, anche se il risultato, chiaramente, è puro Saviano. E può anche darsi che la camorra abbia tutti i motivi di mobilitarsi per un libro del genere, io lo metto in dubbio, ma che ne posso sapere io? Io non conosco camorristi (dico sul serio, ho conosciuto di sguincio solo qualche vecchio mafioso scoppiato) e non ho mai fatto sforzo alcuno per entrare nella testa, come suol dirsi, di un camorrista. Non so come ragionino, e francamente non so nemmeno se ragionino. So che il libro risente in maniera molto, molto pesante delle sue origini strasuperate, che denuncia in modo fin troppo scoperto; il fine è sensazionalistico, ed è raggiunto in modo retorico. Non si tratta del libro scritto da un osservatore della camorra, è il romanzo di un romanziere che ha colto nella violenza camorristica un fatto letterario — e lo sforzo di documentazione ha una sua economia persino nell’estetica di questo genere di narrazione. Ci si trova di fronte a un risultato che è un po’ come il “barocco” di Manganelli o Gadda; francamente, continuo a preferire le Dicerie sacre, il Cannocchiale aristotelico e il Cane di Diogene. Hugo lo fa meglio.
Il risultato, il risultato, il risultato. Il risultato è come un brutto film di Pasquale Squitieri, la fotografia sgranata, crasso, lutulento, umido, grondante, splàncnico. Insomma, mi ripugna. Capisco Rosa Russo Jervolino, che l’ha chiamato “fissato strabico” (riconosce lui tesso di essere “sporco dentro”, ma lui lo riconosce con civetteria) e ha tentato (poveraccia, non gliel’hanno né passata né perdonata) l’anfibologia (”simbolo della Napoli che denuncia” — della Napoli ‘che non ha paura di denunciare l’illecito’ / di quella Napoli ‘che lui stesso denuncia, essendone parte integrante). In effetti operazioni del genere sono fatalmente molto ambigue (come ambigue sono le origini politiche del giovane scrittore, all’inizio attivo presso le sedi locali tanto dei comunisti quanto del Mis — esteticamente è, in effetti, molto fascista). Eppure il romanzo (il romanzo-saggio, il romanzo-inchiesta, o quello che è) ha avuto effetti, pare, benefici, spronando le stesse autorità a mobilitarsi, di più e meglio, nelle direzioni in cui già stavano agendo. Posto che non si tratti, a livello istituzionale, di un caso analogo a quella specie di isteria collettiva che ha travolto Enzo Siciliano (che morente lo designa vincitore del prossimo Viareggio, qualcosa che mi ricorda la zarina Alessandra che, condannata, incide la svastica sul vetro) e anche Umberto Eco, sul cui rincoglionimento (anche a prescindere dal suo intervento al TG1) mi sembra non sussistere più nessun ragionevole dubbio.
No, non credo che finirò Gomorra: non ce la faccio, lo sento inutile. Quello che poteva interessarmi di quel libro si trova già nelle prime cinque pagine — e non è niente che riguardi, nello specifico, dove vadano a finire i cinesi morti, o le gabole che fanno i cinesi vivi per portare avanti il contrabbando, e tutto quanto segue circa spaccio, cavallini, colate di cemento e quant’altro c’è o non c’è. Quello che più mi ha colpito è, alla fin fine, l’urgenza espressiva puramente ormonale, implacabile nelle prime 200 pagine (le sole che, ribadisco, io abbia letto), l’incredibile jattanza (lui stesso ha parlato dello scrivere come atto in qualche modo ’superbo’ e ‘arrogante’), la vana pompa — tutte cose che, a differenza di qualche malcapitato su Nazione Indiana che ha avuto l’imprudenza di dirsene allergico, io non condanno affatto. Anzi! Ho un’invidia blu. Il respiro, sapete. Quel macinare parole una più grossa dell’altra, ora quell’anfanare a secco frasi a mitraglia e ora quell’imbastire frasoni zeppi di tecnicismi (puro cultismo, si sa). Un modo di scrivere che sa anche molto di destrorso, sì, ma così invidiabile, per me, che non sono interessato né al tema che ha trattato Saviano (che ha detto di aver voluto scrivere un romanzo sul potere descrivendolo in una delle forme in cui è più riconoscibile, come camorra; e forse è più riconoscibile proprio perché è meno forte di altri poteri, che sanno nascondersi meglio per agire meglio) né ad altri temi, e quindi sono come un cane morto! La serva innamorata del titolo riguarda proprio questo. Si richiama a un librettino di Kierkegaard curato da Dario Borso, in cui si dice che una serva innamorata è più colta di un professore. Non so se si capisce … (non ho voglia di dilungarmi — ma ci viene, qualcuno, a leggere, qui?). Invece la metà superiore del titolo è una reminiscenza di quello che Tomasi di Lampedusa scrisse di Carlyle nelle sue “Letture” inglesi.
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02-07-2002 15:38 |
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DarioFulci Senior Member
Registrato: Jun 2002 Località: Messaggi: 1098
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Violetina, hai power point sul tuo pc?
Come puoi vedere l'estensione del file e' ".pps" dunque solo l'applicazione power point della microsoft puo visualizare questo tipo di file.
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03-07-2002 00:07 |
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Melange Guest
Registrato: Not Yet Località: Messaggi: N/A
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non solo non ha pp sul pc ma ha pure la sveglia al collo, l'anello al naso e, se ho visto bene, usa un femore di cinghiale come fermacapelli
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03-07-2002 05:19 |
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03-07-2002 05:49 |
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Melange Guest
Registrato: Not Yet Località: Messaggi: N/A
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sciemmi scimmie banane bollino blu fronte appiccicato
sono bravissima nel bersaglio della settenig
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ho messo il tag "letture" per tutte (credo) le cose che riguardano libri, anche un po' di sguincio. Cioè non tutte sono recensioni in senso stretto. Però così è più facile trovarle (peraltro ho notato che sono tra le cose meno lette, non hanno mai o quasi mai commenti).
d.
CCLXVIII. Questo è un blog che ha senso se ha un senso l'ultimo post. Ciò che vuol dire che (ma si sarà già capìto) non vale proprio la pena che mi metta al piccì a postare alla cacchio di cane: non mi riesce.
La Rete (e anche questo si sarà già capìto) mi è scomoda. La frequento in primo luogo perché postare le cose quassopra mi permette di metterle un po' in ordine. Il secondo luogo non c'è. Passiamo alla frutta (o ci siamo già?).
Ho cumuli di cose che ho scritto a mano, più o meno bene, ma certo incomparabilmente migliori delle quattro cacate che ho messo sul blog. Credo che per qualche tempo, ma solo perché non vada tutto sprecato, mi limiterò a copiare nel blog le varie cose che ho su carta. Prima ancora, però, voglio finire tutta la carta che ancora non ho scritto.
Non so se mi sono spiegato.
Riassumo:
1. Devo finire la carta che ho. Da adesso fino a quando non avrò esaurito la carta che ancora non ho scritto non credo posterò più sul blog. Non c'è un particolare significato, in questo, è giusto per il gusto di darmi delle direttive. (Ho poca carta, però, quindi non andrà guari che sarò di nuovo qui a rompere i coglioni. Oddìo, se fossi così entusiasta di scrivere sul blog, darmi questo limite servirebbe ad incrementare la mia produzione media, ma non smanio per il blog come non smanio per nient'altro). [[L'unica cosa che mi è venuto in mente che potrei scrivere è una sciapita ode cimiteriale dal titolo Alla statua / di Maria Des=ciuloja / Pautasso / Ved. Mangioyra / al Cimitero monumentale di Torino. Oda. Lo dico solo perché in cantiere, al momento, non ho altro, ma non è escluso che lo trovi]].
2. Devo finire un poemetto in ottave sugli esperimenti relativi alla digestione compiuti verso il 1770 da Lazzaro Spallanzani. Volendo, potrei finire di compilare alcuni inutili schemi e grafici cavati da Dalla vita di un fauno dello Schmidt, di cui ancora non so che cosa, sostanzialmente, dire. C'è un piccolo studio sull'iperbole nel Basile, diverse notazioni sul Marino, descrizioni brevi o sfoggiate di eventi di cui sono stato spettatore, resumè ragionati su La terra sotto i suoi piedi, L'arcobaleno della gravità e It, quello che posso di un poema in ottave dal titolo Le ombre, che dovrebbe prolungarsi, in teoria, all'infinito (quindi può finire anche sùbito). Ho, terminati, una specie di saggino a volo d'uccello sui romanzi (quasi tutti, ma devo vedere se trovo quelli che mi mancano) della Nothomb, e idem con patate su Moresco, e altre e simili cose su altri autori. Ho una cosa abbastanza lunga su Dhalgren e una molto lunga, testo + commento, relativa ai Capricci serii delle Muse di Gio. Battista Vidali, e un'altra di medie proporzioni su alcune rime del Murtola (dalle Canzonette del 1608). Alcune considerazioni sparse sul Frugoni, il Sagro Trimegisto (con annesse riflessioni sulla predicatoria appena precedente e sul 'buffone del pulpito') e l'Eroina intrepida in specie. Tutte queste cose non sono terminate. Mi stavo interessando anche al saggio della germanista Ursula Bavaj Mythoscopia romantica sulla teoria del romanzo in Germania 1629-1698 [di qui la piccola riproduzione qui sotto, che è tratta da un romanzo di tal Bohse, detto "Talander", 1661-1770]. Nulla, come si vede, di particolarmente avvincente, tutt'altro.
Nel frattempo scriverò una mail (da domani, però), nella fattispecie ad azu, che mi ha scritto due volte.

CCLXVI. Dato che non so esattamente di che parlare, pesco a casaccio dai pensieri che mi frullano nel cervello a ciabatta, e mi baso sulle imprezziòni che ho raccolto dalla quartultima mia lettura, quella di un romanzo di cui ci sarebbe da scrivere molto (nello specifico) anche se non è il meglio riuscito del rispettivo autore, che è Salman Rushdie, mentre il romanzo è La terra sotto i suoi piedi. L'argomento, il perché del titolo, il numero delle pagine, la trama, i rimandi interni, le eventuali assonanze, le eventuali assonanze a parer mio: : rimando tuttociò ad altra volta, quando avrò organizzato (SE avrò organizzato) la babele delle scartocchiature confuse e quando sarò riuscito (SE sarò riuscito) a copiare, brandello dopo l'altro, quartodora dopo l'altro, lo stracciafoglio che avevo / avrei / ho [sic!] in animo di ultimare. Il discorso che vorrei fare è anche risentimento molto generico e impressionistico della recente trasmissione in tivvù di Harry Potter e la camera dei segreti. Mai visto prima (non guardo mai la televisione, perché mi annojo, ma stavolta ho fatto eccezione), ho letto solo i libri. Il pajo di notazioni era intorno al realismo magico. Ora, esiste un libro, molto interessante, di Stefano Calabrese, www.letteratura.global, PBE 2005, che tratta del romanzo del post-postmoderno. Vi si parla di realismo magico. Il realismo magico, per quello che ho potuto intenderne (so di non poter dire 'per quello che a me è interessato intenderne', della cui cafoneria mi rendo perfettamente conto -- in più, vorrei sinceramente che non fosse così), è quella cosa a due facce, di cui si è parlato a proposito vuoi di Poe, vuoi dei sudamericani (Cent'anni di solitudine è il capolavoro del 'genere'), vuoi di Pirandello, vuoi di tutta una serie di scrittori -- spesso è mera componente, non aspetto fondamentale; &c. E' una definizione a specchio, come un po' tutti gli ossimori (quando sono usati come definizioni, ovviamente), essendo che può definire sia un modo magico di narrare la realtà sia un modo realistico di narrare cose magiche. Calabrese delimita una nozione di realismo magico molto più centrata e delimitata (ne fa un termine, volendo), specie a questi ultimi anni, benché la definizione esista da parecchio. Un intero capitolo è dedicato a Rushdie, e sono in sua compagnia anche la Allende de La casa degli spiriti, bel romanzo popolare, e i costruitissimi romanzi della serie di Harry Potter. L'analisi su Rushdie non sfiora nemmeno La terra sotto i suoi piedi, e si concentra eminentemente sui Versetti satanici e sul precedente (capolavoro) I figli della mezzanotte. A proposito di Harry Potter notava come il volume dei testi a mano a mano che sono stati pubblicati sia andato, via via, aumentando, fino ad uscire dal target 'per soli giovanissimi'; una trasversalità quanto ai destinatarii che corrisponde ad altre forme di trasversalità sulle quali non mi dilungo (anche perché sono opinioni dell'autore del libro, che può essere compulsato da chi vuole come vuole quando vuole): ma il realismo magico è un genere (?) intollerante di strettoje, è ambizioso, e tende (consapevole l'autore) all'opera mondo.
(Si parva licet,) sui libri della Rawlings (sulla confezione esterna) sono spesso riportate le sue parole circa il ricordo vivido che lei personalmente serba dei suoi undici anni -- 'a quell'età', chiosa grosso modo, 'si è veramente impotenti'. Anche questa notazione, a ben guardare, è anche un po' fuori target, non solo le settecento pagine di H. P. e il calice di fuoco. Non si tarda a riconoscere un aspetto (noto da Freud in poi, circa la nevrosi del romanziere, dagli amici immaginarii in poi) che è stato solo susseguentemente isolato, spiritosamente, come 'realismo isterico', e che si riferisce ad un'altra scrittrice. Per quanto attiene i magni, Rushdie concepisce la sua scrittura, a sua volta (mutatis mutandis -- ma la vicinanza imbarazzante è già nel saggio di Calabrese!), come una forma di compensazione. Parola parte oscena e parte no, in questo contesto & quest'accezione (bisogna vedere che cosa si ha da compensare). Ma la funzione del suo romanzesco è poi il recupero di quella dimensione, che un tempo non era solo dello spirito, che è la Bombay pre-Mumbai, che non era né del tutto India né del tutto Inghilterra; con equilibrii familiari del tutto particolari -- poiché i genitori erano (sono) musulmani, come (oggi nuovamente, salvo ulteriore resipiscenza) lo stesso Rushdie; il quale, però, per rendere l'idea, ricorre a personaggi, in questo romanzo, zoroastriani.
Per moltissimo tempo (non parliamo dei secoli passati) l'apprezzabilità di un libro è stata garantita solo dalla condivisione di oggetti: solo la riconoscibilità, criterio, poi, di fatto del tutto esterno al libro, ha garantito, nel caso, la fortuna di un testo. Segno (dev'essere per forza così) che si poteva ragionevolmente pretendere di scrivere solo a partire da un certo grado di condivisione esperienziale e libresca con il pubblico -- o ribaltando un determinato universo di valori. Fino al punto da scalciare fuori dalla letteratura, dalla poesia, qualunque bellezza (salvo tenerle aperte le imposte, nel caso volesse far una svolazzatina, prima o poi), vale a dire -- più precisamente -- qualunque ricerca estetica. Il realismo magico è attualmente appannaggio di personaggi dal destino (etimologicamente) eccezionale di déracinés, per i quali la comunicabilità del proprio materiale biografico, e del proprio universo di valori, dipende fortissimamente dalla capacità di fornire oggetti e riferimenti. Del tutto in controtendenza con quanto di più avanzato mi sembra aver prodotto il '900, il realismo magico (secondo questa nuova accezione) reimporta nella letteratura la preoccupazione di produrre quanti più riferimenti sia possibile, per far cadere il lettore, in qualche modo, in un'altra vita. Banditi (per ovvie ragioni) tutti i simbolismi e le astrazioni, lo scrittore magico-realista si propone, per ragioni di mera sopravvivenza di sé e di tutto un mondo, di consegnare (con tutte le difficoltà del caso) la parte più propria e caratteristica del proprio universo di senso. Leggere in questo caso non serve più a confermarsi in un'idea; anche il lettore più stanco e pigro deve costringersi o ad interessarsi o a rifiutare una volta per tutte un mondo che, comunque sia, non può giudicare, perché, in quasi ogni caso, non è il suo e suo non sarà mai. Se vuole essere e mantenersi in grado di leggere da capo a fondo, deve aprirsi alle suggestioni, e rappresentarsi mentalmente quello che legge: è riesumata, per ragioni concretissime e non edonistiche, una lettura ben equilibrata tra l'inesistente (meramente narratologica) ingenuità assoluta e la (quasi altrettanto intesistente) lettura critica. Si legge per conoscere -- nulla di letterale (di letteralità sono piene biblioteche, archivi, catasti, casellarii, uffici di polizia, agenzie dell'erario e quant'altro), tutto di sostanziale. E' chiaro, c'è anche il rischio che, di là da un interesse variamente posticcio, si finisca con lo scrivere cose che non interessano a nessuno -- ma rimane la possibilità del messaggio nella bottiglia, con un pizzico di esotismo barocco (c'è molto snob depurato, in questo realismo magico) e una punta di postromanticismo. E' una flessione estremamente affascinante della letteratura degli ultimi anni, secondo me.
[Non ho il tempo di rileggermi. Tornerò, spero, sul romanzo di Rushdie al più presto -- su Rushdie in generale, &c.].
CCLXV. Forse non tutti sanno che io mi sono catapultato verso il basso perché volevo perdere tutte le sovrastrutture, come le chiamano, e poco prima di toccare terra, lasciandomi scivolare giù dalle spalle la mostruosa impalcatura, prendere il volo, virando fulmineamente verso l'alto. Oppure schiantarmi, perire e -- finalmente -- risorgere spirito. Mi sono sbagliato: ho perso tutto, sono morto e non sono risorto. La sovrastruttura era la parte più vera della mia fulgida personalità, là sotto ci stava (e sta) solo mota, una specie di fabbriceria o marrame (e materiamen) da solo inservibile; lo spirito non esiste. Ho le ossa che mi urlano.
Ma penso sempre (a che cosa dovrei pensare, sennò?) a quanto sarebbe bello nascondere la mia vita ed espandere l'anima. Diventare, almeno per un periodo, quel tanto che mi basti a rendermi parte del mondo, cose, storie, persone che non sono io. Invece ho l'anima parte piombo e fango, parte strega impazzita dallo sdegno, dal risentimento, dal disprezzo. La mia anima è un semplice organo interno -- un organo giudicante interno, del tutto contraria a liberarsi come (cioè contrabbandarsi per) soffio, vento, palpito, vapore, fumo, ombra, niente. Ciò che è peggio, non hanno ancora inventato una lingua adatta per lei, sicché non si esprime, e morde. Vorrei prenderla a schiaffi, ma mi farei male e basta.
Sento che certe occasioni sono mancate. Per esempio, jersera parlavo con un amico di dormitorio, che mi illustrava una serie di usi e costumi di casanza (=galera; ci sono stati quasi tutti quelli che conosco, i pochi che non ci sono stati l'hanno solo scapolata), che cosa s'intende per 'Bronx' e che cosa per 'Manhattan', le gerarchie invertite, le ore d'aria, codici e convenzioni -- molto spiritoso, anche, è un bravo raccontatore; mi sono fatto anche qualche risata. Quando abbiamo finito la conversazione mi sono detto: ma perché non farne un pezzo da mettere sul blog?
Perché non sono in grado di farlo non l'ho capìto, e forse non lo capirò mai. Sicuramente non è il mio argomento, ma con un po' di sforzo sono riuscito mille volte, nel passato, a trattare altri argomenti che non erano il mio. Se questo non è il mio argomento, vorrà dire che mi dovrò occupare di altro. Cioè del mio argomento (che so qual è, ma non posso dire che esso è individuatamente a, b, c, &c., perché infatti coincide con quello che di esso argomento dico/direi/dirò, &c. &c. &c.). Qui, o anche non qui.
[quello che mi sto chiedendo è: se questo non è il mio argomento, io come sono finito qui? Mi ci hanno portato, e le alternative erano molto incerte. E io ho pensato che nel giro di poco tempo mi sarei affrancato. E come ho potuto sopportarlo? Be', ho conosciuto cose, persone, sono lontano da una situazione intollerabilmente verminosa, sono solo, sono -- volendo -- libero. E' sufficiente? Tutto sommato, assolutamente no. E che cosa dovrebbe indurmi a continuare a sopportare tuttociò? A parte la miseria, niente. Ah, ecco. Eh, già.]
CCLXIV.
Q
ual
cuno sa
c h e c o s a
s i p r o v a
ad e s s e r e
g r a f o m a n i ?
[Secondo me ci si annoia meno]
CCLXIII. Non è la prima volta che uso questo titolo. Il fatto si è che scrivere mi dà una soddisfazione particolare. Inquantoché per me scrivere, specialmente in pubblico, implica un grande sforzo della volontà. In realtà non ne ho mai voglia. E mi vergogno, sì, a dirlo, almeno un po'; ma non posso pretendere che non si capisca. Il fatto è -- mi spiego meglio: ne avrei anche voglia, ma non mi viene così spontaneo. Non quando c o n s i d e r o che in realtà la mia intenzione sarebbe scrivere, non comunicare. Ma dal momento che scrivere presuppone, lo si voglia o no, un pubblico, tanto vale che afferri il toro per le corna (così mi sono detto), cioè che scriva direttamente in pubblico. Ma in pubblico -- appunto -- c'è un pubblico. Di tre, quattro, cinque persone che giornalmente vengono qui e leggono; pochissime (non che ne vorrei di più, anche se forse un annetto fa mi avrebbe fatto piacere), ma pur sempre un pubblico. Purtroppo, mi sono accorto che a mano a mano che vado avanti, la stanchezza di produrmi su questo minuscolo e scassatissimo palcoscenico mi pesa vieppiù. Tutte le volte che mi connetto, ormai, mi viene più da piangere che da scrivere. Riesco a g u a r d a r e qualcosa sul blog di azu, mentre i blog di ella e la sirenetta sono attivi solo assai periodicamente. L'idea di familiarizzare con altri blog mi sderena non poco... Senza contare che quando càpito su blog che mi fanno schifo mi sento male...
CCLXII. Mi rifaccio a un rapido (e interrotto) scambio di battute avuto su un altro blog. Faccio qualche precisazione volante qui prima di tutto per mandare avanti di un altro post il blog, e poi perché su quell'altro non posso più entrare (l'autore dev'essersi offeso per qualcosa -- a me interessa poco, non sono legato a quella persona da nessun vincolo particolare né di stima, né di affetto né di qualunque altro sentimento implichi un certo grado di dipendenza).
So che in realtà faccio malissimo, che tutte le volte che sento dir male dei gay dovrei sentirmi tirato di mezzo e mettermi a sanguinare, e chiedere scusa se esisto mentre mi dileguo, spiandomi al disopra della spalla se a qualcuno gli sono venuti i lucciconi da rimorso. Un genio malvagio conduce la gente (intelligente o cretina che sia, ma lascio ad altri giudicare chi appartenga all'una o all'altra categoria; a me queste distinzioni [che poi sono un'ulteriore forma di razzismo, nemmeno tanto più sottile di qualunque altra forma il razzismo scelga per manifestarsi] hanno smesso d'interessare da tempo immemorabile) a sopravvalutare micidialmente la propria opinione. Una delle poche cose che so è questa: che i fatti contano (anche a livello di pensiero: la conoscenza, innanzitutto), e le opinioni no. Sono una cosa ininfluente; possono diventare influentissime quando, unanimisticamente, perdono la loro natura specifica e funzione essenziale, del tutto privata, personale, e non necessariamente comunicabile. Ricordo che Sciascia era convinto (dopo il '75) che la sua posizione in merito all'omosessualità avesse fatto soffrire Pasolini, per esempio. Sciascia era perfettamente in grado (a differenza di me) di discernere tra cretini e intelligenti, ma stavolta il cretino era stato lui.
Posso apprezzare una persona per i suoi contenuti -- per certi suoi contenuti, e l'apprezzo finché ci trovo dell'apprezzabile. Posso, apprezzando, apprezzare molto e apprezzare poco, ma pur sempre apprezzare. Posso apprezzare sommamente e mediamente. Posso apprezzare a mezzo, e mezzo no. Ora, c'è questo blog www.artifiziale.splinder.com, che mesi e mesi fa conteneva degli interventi deliziosi, ben scritti e coltivati. L'ho apprezzato per quanto si può apprezzare qualche intervento coltivato e spiritoso lasciato cadere in Rete a mezzo blog. Di lì a qualche tempo ha cominciato a manifestare idee destrorse (suo diritto -- e anche andasse in giro a spaccare la testa alla gente [cosa che non so, non posso sapere e di cui non me ne frega niente] sarebbe affare delle autorità competenti e non mio) e, ciò che è peggio, a ripetersi. Ah, per uno di quei meccanismi d'inversione piuttosto scontati proprio nel periodo in cui capitavo io sul suo blog aveva messo come testata "A.I.: anonimo ricchione". Che ci fosse qualche sfumatura sfottitoria (non necessariamente omofoba, ma che non fosse un ricchione -- mettiamola così) mi era chiaro, e non mi ha disturbato.
Bè, a rischio di scandalizzare devo dire che non mi ha disturbato nemmeno quello che ha scritto in séguito, esprimendo antipatia (spesso giustificata con qualche schizzo d'acquasantiera) nei confronti di neri, ebrei, zingari e quant'altro. Semplicemente, ho smesso di andare sul suo blog.
Un giorno c'è stata un'inopinata impennata nelle visite (sono tempi di decadenza, questi, per il povero anfiosso), e ho letto tra i siti riportati dal contatore che sta in fondo a questo blog che la gran parte di quelle visite proveniva dalla sua parte. Sicché ci sono andato, e in effetti aveva aperto un post in cui diceva: "Visitate l'anfiosso: egli è irrimediabile". L'idea mi è parsa anche carina, perché ha portato qualche visita e qualche link in più. Nei giorni seguenti sono tornato sul suo blog, dove ho letto qualcosa dei post più brevi (quelli lunghi, anche quelli che m'interesserebbero, sono fuori portata, per me, data la tirannia del tempo) ed è stato piuttosto automatico intervenire pacatamente quando se ne è venuto fuori con una delle sue ossessioni favorite. Una ragazza lesbica, "laura", aveva messo un suo intervento in cui esprimeva rammarico per le affermazioni dell'owner; toni che, non provando rammarico alcuno, io non avrei tenuto. Ho detto la mia, con la consueta diffusione. Spero che fosse chiaro che non sono queste le cose che mi offendono.
Non mi offende il fatto che una persona limitata mi faccia maledire dal suo dio, ma tengo a precisare che, come non mi faccio niente e delle maledizioni (m'interessano di più quelle che scaglio io, semmai) e di qualunque dio, così la "mancanza di carità" dimostratami non mi significa un cazzo. Né la sua carità né la mancanza di carità mi possono aggiungere o togliere alcunché. Tutto ovvio, ma tengo a precisarlo. Per il resto, ho la netta convinzione che una persona che, in quest'annodòmini, giustifica la sua posizione con quell'ipocrisia di sempre chiamata 'fede' abbia qualcosa che non va al piano attico. Potrei essere un suonato anch'io, ma non sono uno stronzo (nonostante, ahimè, abbia fatto paura a qualcuno persino qui...). E sono convinto anche di un'altra cosa: che chiunque la pensi in un certo modo sull'omosessualità, sempre per la piccola legge delle opinioni, che hanno da fare con la personalità nel suo complesso e non sono nulla di cui la società circostante debba farsi (e, di fatto, si faccia) carico, non giungerà mai a nulla che meriti, veramente, la mia stima, il mio interesse (il mio affetto, il mio trasporto, la mia curiosità, &c. &c. &c.). Là, dentro di noi, tout se tient, immancabilmente.
Vale per tutti, ovviamente.
Cia'.
d.
CCLXI. Su splinder esistono i seguenti blog (non tutti attivi, ma esistono):
IMPRESENTABILI.
www.tamarro.splinder.com
www.truzzo.splinder.com
www.sfigato.splinder.com
www.rottinculo.splinder.com
www.inguardabile.splinder.com
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FACILI COSTUMI.
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MINUS HABENS
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BLEAH!
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SANITARI.
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DEVOZIONI e derivati.
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PERDINDIRINDINA.
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ODOROLOGICI.
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www.peto.splinder.com
www.puzza.splinder.com
CCLX. Consiglio di lettura:
http://www.intratext.com/X/ITA2566.HTM
CCLIX. Non ho capìto in che senso sarei irrimediabile, ma tant'è (è una vita che ispiro alla gente il desiderio di cambiarmi radicalmente -- tutta la mia vita piena di gente che parla, parla, parla -- beati loro, a cui non mancano mai le parole. A me mancano in continuazione, si sente?). Comunque è bello avere 56 visite in un giorno invece che in una settimana. Sono cose che rialzano il morale.
Due giorni fa mi sono seduto, come quelli che fanno le interviste, accanto a un autentico barbone, di quelli che chiedono l'elemosina e che hanno ingenti motivi sanitarii per essere nei dormitori. Ora, costui (che conobbe tempi migliori) si bucava, poi ha dovuto smettere per non morire; prenderebbe (cioè dovrebbe prendere) il metadone ma non lo prende perché tanto è da molto che non si buca. In compenso beve: deve bere dal momento in cui mette i piedi giù dal letto (o si sveglia) al momento in cui va a letto (o comunque si sdraia), sennò vomita l'anima. Mi ha raccontato svariate cose di sé, ma una delle prime mi è rimasta impressa: il fatto che avesse passato la notte dormendo su un treno in movimento. A scrocco -- adesso ti fanno scendere, ahinoi, ma lui è noto al personale viaggiante quindi ha potuto dormire indisturbato fino alle cinque del mattino, avvolto tra le tendine appositamente strappate ai finestrini. Era un intercity, ma si vede che faceva freddo lo stesso, con tutto quello che costa. Non è la prima volta che sento che qualcuno ha trovato questa soluzione, ovviamente. Però mi ha dato da pensare -- lui certe cose me le racconta, ogni tanto, in funzione ispirativa, perché è convinto che invece di fare un cazzo tutto il giorno farei bene a scrivere un libro, un romanzo. Mi ha anche proposto una cosa autobiografia (riguardante cioè la biografia mia, di me), una cosa intitolata La lumachina, una cosa tipo omnia mea mecum porto, sul rapporto tra me e il mio sacco a pelo, e le volte che dormo fuori. Ma non mi convinceva.
Invece, essendomi (si vede) io posto in una prospettiva ispirativo-passiva (cioè quella di colui che bouche béante aspetta l'ispirazione dell'incarnazione dell'Idea che passa il convento), ho colto questa prima idea, divenendo piuttosto distratto circa il resto del lunghissimo discorso (che verteva su carcere, musica, arte e altre cazzate), e ho cominciato ad espormi una sorta di trama. Un signore (vale a dire il Narratore, che poi sarebbe un "io" [non nel senso che io da qualche parte sia un signore, è chiaro]) un giorno prende un treno: un treno lungo, che deve fare un lungo viaggio -- metto in chiaro che i riferimenti in questa fase iniziale sono aderenti alla realtà, cioè copiati dal vero, poniamo che "io" parta dalla stazione di Torino, poniamo Porta Nuova, o Porta Susa, e sia diretto a Napoli piuttosto che a Reggio Calabria, o perché no a Roma o Brindisi. Giusto a titolo di esempio. Bene, costui ("io") sale, e comincia il viaggio. Quasi sùbito incontra una coppia dall'aria decorosa ma che s'intuisce maluccio in arnese, che cerca una bambina, loro figlia. Due cose strane: se "io" incontrasse la bambina, cercasse di attirarla al loro scompartimento (quello in cui si trovano adesso, scelto a caso, perché il treno infatti è semideserto) senza dirle che i suoi genitori la cercano; infatti la fanciulla è sonata, e crede che i suoi genitori siano altri. Secondo, i due non hanno il più pallido ricordo di quale sia il loro esatto scompartimento, dato che tendono a confondersi. Gli spiegano che essendo caduti in miseria hanno avuto un abbonamento familiare al treno da un'assistente sociale, una carta che permette loro di viaggiare quanto vogliono per tutta la penisola (una cosa non lontanissima dal vero): da allora, non avendo altro posto dove andare, sono sempre vissuti in treno, scendendone solo per prendere qualche coincidenza o al termine delle corse. La donna, asciugandosi una lacrima di angoscia, crede riconoscere qualcosa di suo nella retina sopra la testa di "io", verifica che è sua e se ne va. Il viaggiore "io", perplesso, si addormenta. Quando si sveglia, ripensa alla strana storia della bambina. Sicché comincia a cercarla, ma senza troppo impegno, se non altro per vedere che fondo di verità può eventualmente esserci nelle parole dei due signori, percorrendo in lungo il treno. A questo punto comincia a percorrerlo in direzione della motrice, senza peraltro mai raggiungerla, e nota non solo che i vagoni sono uno per sorte, sicché i più moderni e attrezzati si alternano a roba degli anni Quaranta e a carrozze addirittura ottocentesche, ma assiste ai più strani spettacoli, incontra la gente più strana, della propria e di anteriori epoche. Si addormenta esausto in uno scompartimento e al risveglio nota che i quadretti che mostrano i panorami di celebri città sono cambiati, o che è cambiato lo scompartimento tutto quanto, finestrini e tendine, sedili e pannelli. Il treno, a mano a mano, si fa sempre più deserto. Parte del delirante viaggio nel treno "io" lo fa in compagnia della bambina. Compaiono strani personaggi; l'atmosfera si fa tesa e cupa, soprattutto dopo che alcuni cadaveri sono scoperti in certi vecchi scompartimenti. Dopo un lungo tratto di entrata e uscita da certe lunghe gallerie, adesso il treno è entrato nella più lunga, dalla quale sembra non voler uscire. "io" e la bambina hanno come punto di riferimento uno dei vagoni ristorante, che riescono a ritrovare, tutte le volte, con relativa facilità; vagone dove si rifocillano grazie alla comprensione del personale viaggiante, e in particolare di un signore baffuto. Ma le provviste cominciano a scarseggiare, il signore baffuto consiglia loro di mettersi in viaggio ora, e andare verso l'ipotetica motrice, avanti, molto più avanti. I due partono; intanto la luce e il riscaldamento vengono a mancare. Vanno avanti per molto tempo, e chissà se è giorno o notte, e quanti giorni e quante notti ci impiegano. Attraversano vagoni deserti e tutti bui, e forse scampano alla morte per mano di un misterioso assassino. Dopo un lunghissimo estenuante cammino, durante il quale perde di vista la bambina, "io" finalmente crede di raggiungerla. Molto davanti a sé vede che qualche vagone dev'essere rimasto illuminato; e c'è una figuretta che corre in avanti. Nonostante abbia pochissime forze, la insegue, fino a raggiungerla sulla soglia del primo di -- pare intravedere -- tanti vagoni illuminati, con qualche viaggiatore dentro. Sta per chiamarla, quando qualcuno fa il suo nome prima di lui. E' una coppia triste, seduta nel primo compartimento. E', dei due, la donna che chiama la bambina accanto a sé, come se fosse sua figlia. Una sconosciuta, a quel che vede "io". La bambina, guardando "io" con espressione tra il furbesco e il colpevole, si siede docile accanto alla donna; in attesa di scappare di nuovo. "io" continua il suo cammino verso la motrice. Nel frattempo (a qualcosa ho accennato) dovrebbe succedere anche molto altro, esserci qualcosa di peripetico e tramoso che rimpolpi e tenga desta l'attenzione.
Stamani un altro, che pure conosco da tempo, mi ha accennato alla sua storia (con me lo fanno tutti, non riesco a capire bene il perché e nemmeno mi piace troppo, il più delle volte), sicché ho scoperto che appartiene a una famiglia molto alternativa, nel senso che non solo lui, ma anche i suoi genitori vivono per dormitori, a Torino, la madre e il padre. Credo di aver intrasentito, in altro tempo, che persino suo fratello sia del giro. Particolare, no? Ha accennato a qualche difficoltà a vedersi e sentirsi, e in effetti è verosimile, sapendo come funzionano. A questo proposito non ho idee plottistiche, è un mero spunto.
CCLVIII. Non riesco a cacciare negli indesiderati le puttanate che mi mandano da supereva. Qualcuno sa come posso fare?
CCLVII. Posso dire in buona fede di non essermi mai considerato giovane. Già all'età di sedici anni ne dimostravo almeno trentacinque. Mi aspettavo che a trenta ne avrei dimostrati quarantacinque; non so se sono stato buon profeta. Probabilmente ne dimostro ancora trentacinque. Alcune mie foto da piccino (non ricordo più quando le vidi l'ultima volta, ma in quell'occasione -- a differenza di ogni altra [molto sporadica] volta -- mi colpirono tanto che non me le sono, poi, mai più potute dimenticare) mi mostrano su un balcone assolato invaso di piante secche. La mia faccia (sulla parte anteriore di una testa che allora era troppo grossa) è completamente adesa a terra -- sono, credo, seduto sul pavimento, cioè sul balcone, ma la positura generale della persona dà l'idea di una di quelle meduse che, in occasione di una gita al mare con la scuola, avrei scoperto di lì a non molto essere l'unica attrattiva delle spiagge di Mestre. Non si trattava di nulla di tanto nobile come l'umor saturnino, e nulla di tanto aristocratico come la melancholia. Nemmeno di qualcosa di così scientifico come la cosiddetta depressione, perché la depressione, come dice la parola stessa, indica uno sprofondamento, un abbassamento di livello, mentre -- che io ricordi -- il mio livello è sempre stato quello. Avevo la radice del naso leggermente strombata e gli occhi sporgenti, una combinazione che come risultato dà sempre l'espressione di un'incontestabile ebetudine. Ma tutto con moderazione: purtroppo non sono un mostro, sono solo squallido. Ma soprattutto (per concludere sulla faccia di me bambino), ero praticamente identico ad ora, cioè dimostravo trentacinque anni. Tutto questo per dire che dopo i trentacinque anni potrei considerarmi comparativamente fortunato, se la tendenza continua invariata.
mi sono connesso, rimpiango di non aver fatto un cadaverino eccellente, in modo da poterlo ricopiare adesso, di una bella frase che ho letto alle pp. 174-175 de La terra sotto i suoi piedi di Salman Rushdie (che sto leggendo adesso): è il pensiero di un serial-killer inviato telepaticamente al fratello. Potrei parafrasarlo, ma se non riporto le parole esatte non ha senso. E' un concetto così ben espresso! Il fatto (in sintesi) è che ormai sono convintissimo che mi siano solo rimaste solo poche, semplici e chiare istruzioni da seguire. Non si può essere sé stessi a oltranza. A parte il fatto che è tremendamente patetico, è l'immensa dispersione che mi spaventa, o mi dovrebbe spaventare.
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