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venerdì, 16 febbraio 2007
CCLXXII. Ad interim. Guardie & ladri.

Scrivo qui sopra perché qui dalla Civica è possibile farlo (le altre connessioni di cui mi servo non mi caricano i post).

Stavo pensando ad un fatto che si è ripetuto, negi ultimi giorni, anzi nelle ultime notti, al Maria Vittoria, nella cui sala d'aspetto vado a passare la notte a periodi. E' una riflessione un po' del cacchio, che faccio en passant.

Benché l'attività di un pronto soccorso non smetta, ovviamente, mai, perlopiù di notte la situazione si fa più tranquilla. C'è una sala d'aspetto in cui i parenti sono esortati a trattenersi per non ingolfare il corridojo del pronto soccorso stesso, e c'è, per l'appunto, il corridojo, nel quale i parenti, perlopiù preoccupati, tendono a trattenersi in barba alle esortazioni, in modo da stare vicini ai parenti in visita, o in attesa di visita. Verso le 20.00, le 21.00, le 22.00 chi ha l'occhio esercitato può in effetti vedere dei musi loschi che si aggirano, con l'aria di chi non ha niente di meglio da fare che stare lì. Alcuni, più macilenti, fanno a gara ad occupare i cessi (dopo quarti d'ora di attesa penosa si sentono degli "occupato!" sempre più flebili, ed accompagnati da gemiti talora abbastanza angoscianti, se ci si guarda); altri, più sicuri e ben piantati, hanno delle mostrine, e manganelli e pistole che pendono loro dalle cinture. Altri ancora conversano amabilmente nella sala d'aspetto, dalla quale sono capaci di non rimuoversi, nemmeno per andare a pisciare, per quattro o cinque ore di séguito -- alla fine non un cane entrerebbe a sedersi o a prendersi un caffè, non tanto per timore dei due o tre salottieri conversatori, quanto per via dell'insostenibile fetore di cadavere, che è il primo tra i motivi per cui i guardiani, spesso, si rifiutano di far rimanere lì gli originali a passare la notte, o almeno la gran parte della serata.

Alcuni di questi ceffi duri hanno buoni vestiti puliti e la gelatina sui capelli, occhiali scuri e magari una moglie grifagna e sovrappeso che è lì per una visita: ma li riconosci per l'appartenenza alla famiglia perché, mentre vien giù il caffè nella macchinetta, loro, con aria distratta ma non troppo, verificano tastando a tutte le bocchette che qualcuno non abbia dimenticato degli spiccioli di resto. Altri si muovono a coppie, hanno l'aria divertita e vigile, e a differenza di altri, che cercano di racimolare qualche dieci centesimi chiedendo agli astanti concentrati sui fattaccj loro, sembrano pieni di monetina, e infatti saccheggiano coscienziosamente i distributori, raccontandosi barzellette ma vistosamente annojandosi.

Càpita che alcuni di quelli che stanno svaccati sulle poltroncine della sala d'aspetto squadrino minacciosamente quegli altri, riconoscendoli dal naso rapace, dagli occhj piccoli e distanti, dalla bocca senza labbra, dall'incarnato di cuojo grezzo; càpita che alcuni di quegli altri che vanno e vengono smettano di raccontarsi barzellette e sbadigliare, e comincino a ribattere ai primi con sguardi di sfida. Càpita che i primi dicano quello che in effetti è, e cioè: "Gli sbirri vanno e vengono", ai due tizj taurini. Càpita che uno dei due tizj così apostrofati dicano: "E' con me che ce l'hai?". Oppure: "Guarda che io sono un galeotto. A me gli sbirri mi fanno allergia". Nel secondo caso i due si salutano cordialmente, magari si dànno la mano, si offrono a vicenda, compatibilmente colle finanze, il caffè, e cerchino di piazzarsi un'autoradio o un pajo di occhiali firmati. Nel primo caso, di norma, tutto dà a pensare, nei primi secondi, che si stia sfiorando la rissa; ma non è vero niente, perché gli apostrofati, consapevoli del loro ufficio, cedono per primi e, senza avere l'aria di battere in ritirata, si allontanano. Càpita anche che due tizj taurini passino intere serate a fissare altre coppie di tizj taurini, salvo poi, dopo qualche serata di muta tensione, chiarire l'equivoco, darsi manate sulle spalle, offrirsi a vicenda un caffè e scambiarsi informazioni su qualche tizio ben piantato, se non taurino, che avrebbe piazzato uno stereo coll'emmepitré a quel tale loro collega, però "aveva il codice" (l'emmepitré, non il collega), e allora giù a ridere, a scambiarsi manate sulle spalle, a offrirsi a vicenda un caffè, &c.

Quando invece chi osserva è furbo (spesso sono le donne ad avere l'occhio più clinico), e le cose le nota, una volta che avvistano uno sbirro non lo mollano più. Potrebbero essere a loro volta sotto i ferri, si sveglierebbero dall'anestesia e strappatesi cannule e maschera dell'ossigeno comincerebbero a gridare a quanti mafiosi l'hanno data a pagamento, da quanti albanesi hanno dipeso, con quanti camorristi sono stati in affari, facendo nomi-e-cognomi e rivolgendo loro frasi nemmeno troppo implicitamente ingiuriose -- sempre con la scusa che tanto "non stanno parlando a loro" dato che hanno la testa voltata dall'altra parte. I replicati, pacati, gelidi "Non m'interessa", "Non m'interessa", "Non me ne frega niente" della guardia in incognito non hanno nessun potere calmante. La cosa andrà avanti ancora tre quarti d'ora dopo che, stufe di sentire stridii da gazza in calore, le guardie in incognito avranno levato le tende.

Guardandoli in faccia, io, che non ho l'occhio clinico, posso ben dire che sembrano tutti della stessa pasta (galeotti, cioè); posso tutt'al più aver imparato che galeotti e sbirri appartengono alle stesse séries per quanto riguarda l'aspetto somatico-fisiognomico. Ma la cosa che fa trasecolare è che i galeotti non distinguono gli sbirri dai galeotti, e gli sbirri i galeotti dagli sbirri; e, insomma, che né sbirri né galeotti si riconoscano tra loro. Quando fossi stato io a non distinguerli avrei potuto sensatamente inferire che sbirro e galeotto, guardia e ladro sono le due facce della stessa medaglia. Ma dal momento che sia guardie che ladri sono incapaci di distinguersi tra loro, sarebbe più logico farne discendere che sbirri e galeotti siano la stessa faccia della stessa medaglia. Ma allora l'altra qual è?

Postato da: anfiosso a 18:11 | link | commenti |


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