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giovedì, 25 maggio 2006
CCLXV. Volevo solo prendere l'aire.

CCLXV. Forse non tutti sanno che io mi sono catapultato verso il basso perché volevo perdere tutte le sovrastrutture, come le chiamano, e poco prima di toccare terra, lasciandomi scivolare giù dalle spalle la mostruosa impalcatura, prendere il volo, virando fulmineamente verso l'alto. Oppure schiantarmi, perire e -- finalmente -- risorgere spirito. Mi sono sbagliato: ho perso tutto, sono morto e non sono risorto. La sovrastruttura era la parte più vera della mia fulgida personalità, là sotto ci stava (e sta) solo mota, una specie di fabbriceria o marrame (e materiamen) da solo inservibile; lo spirito non esiste. Ho le ossa che mi urlano.

Ma penso sempre (a che cosa dovrei pensare, sennò?) a quanto sarebbe bello nascondere la mia vita ed espandere l'anima. Diventare, almeno per un periodo, quel tanto che mi basti a rendermi parte del mondo, cose, storie, persone che non sono io. Invece ho l'anima parte piombo e fango, parte strega impazzita dallo sdegno, dal risentimento, dal disprezzo. La mia anima è un semplice organo interno -- un organo giudicante interno, del tutto contraria a liberarsi come (cioè contrabbandarsi per) soffio, vento, palpito, vapore, fumo, ombra, niente. Ciò che è peggio, non hanno ancora inventato una lingua adatta per lei, sicché non si esprime, e morde. Vorrei prenderla a schiaffi, ma mi farei male e basta.

Sento che certe occasioni sono mancate. Per esempio, jersera parlavo con un amico di dormitorio, che mi illustrava una serie di usi e costumi di casanza (=galera; ci sono stati quasi tutti quelli che conosco, i pochi che non ci sono stati l'hanno solo scapolata), che cosa s'intende per 'Bronx' e che cosa per 'Manhattan', le gerarchie invertite, le ore d'aria, codici e convenzioni -- molto spiritoso, anche, è un bravo raccontatore; mi sono fatto anche qualche risata. Quando abbiamo finito la conversazione mi sono detto: ma perché non farne un pezzo da mettere sul blog?

Perché non sono in grado di farlo non l'ho capìto, e forse non lo capirò mai. Sicuramente non è il mio argomento, ma con un po' di sforzo sono riuscito mille volte, nel passato, a trattare altri argomenti che non erano il mio. Se questo non è il mio argomento, vorrà dire che mi dovrò occupare di altro. Cioè del mio argomento (che so qual è, ma non posso dire che esso è individuatamente a, b, c, &c., perché infatti coincide con quello che di esso argomento dico/direi/dirò, &c. &c. &c.). Qui, o anche non qui.

[quello che mi sto chiedendo è: se questo non è il mio argomento, io come sono finito qui? Mi ci hanno portato, e le alternative erano molto incerte. E io ho pensato che nel giro di poco tempo mi sarei affrancato. E come ho potuto sopportarlo? Be', ho conosciuto cose, persone, sono lontano da una situazione intollerabilmente verminosa, sono solo, sono -- volendo -- libero. E' sufficiente? Tutto sommato, assolutamente no. E che cosa dovrebbe indurmi a continuare a sopportare tuttociò? A parte la miseria, niente. Ah, ecco. Eh, già.]

Postato da: anfiosso a 10:40 | link | commenti (11) |


Commenti
#1   25 Maggio 2006 - 11:07
 
dai, continua...
(vorrei proprio sapere come e perchè sei finito qui)
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#2   25 Maggio 2006 - 16:00
 
Devo essere malato (a parte i due paralizzanti attacchi diarroici di questo pomeriggio). Leggo su http://www.ezrarhesus.splinder.com una normalissima "cartolina" (da)/su Ilmenau cittadina natale di Goethe (che secondo me è del tutto ininfluente -- come è 'nato', Goethe? Dove può essere 'nato'? 'Nato' cosa? Chi? O sempre esistito o sempre creduto: stop) e faccio una fatica cagna, sono dovuto tornare indietro, e rileggerlo tre volte, stranamente l'ultima era dal basso verso l'alto (ma ad istinto, non c'era niente di premeditato), salvo poi accorgermi che l'incipit e la conclusione non li guardavo nemmeno, quindi non potevo né capire né andare a parare -- ma non capivo a prescindere. In compenso, fuori rete, leggo lo sperimentale "Dalla vita di un fauno" (1953) di Arno (Otto) Schmidt, 18/01/1914 - 1979, speditomi da errebbì (http://www.ubique.splinder.com), libro e autore giudicati da qualcuno (ho scartabellato un po' di enciclopedie) quasi completamente illeggibile, e mi sembra di capirlo benissimo, anzi, che non c'è proprio niente da capire. Leggere in rete/Leggere fuori rete; un testo a disposizione di chiunque/un libro appositamente inviatomi: fors'anche, ma non solo. Io odiavo la scuola, e il fatto che volessero entrarmi nella testa con tutte quelle nozioni incontrollate, assolutamente non mie.
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#3   25 Maggio 2006 - 16:04
 
Detestavo che mi strappassero saggi della *mia* scrittura, che volessero ch'io producessi il *mio* pensiero, che gestissero del *mio* tempo -- mi torturava dover scrivere così velocemente. In realtà, non ero ancora consapevole dell'assoluta limitatezza della scrittura, passavo ore a cincischiare due frasi, spegnendo tutto il potenziale metaforico senza sapere che tutte le parole sono metafore spente, ma come carbone, che può riaccendersi alla prima scintilla, e così sprecavo, diggià, anvedi lo stronzo, la vita. (E mi dicevo che la prendevo tanto comoda perché non avevo fretta di arrivare alla morte! -- Ma ero piccolo, piccolo ancora). Arrivavo sempre fuori tempo massimo, in tutto, e rompevo i coglioni (non ho MAI parlato della mia esperienza della scuola fino ad oggi -- è incredibile; molti, si può dire, praticamente non fanno altro). Ma soprattutto odiavo i quadernini e i quadernoni che non finivano mai (perché anche a me piaceva solo la prima pagina, e strappavo di nascosto le ultime per il piacere di inaugurare il prima possibile un nuovo quaderno), la fòrmica dei banchi, l'odore delle aule e soprattutto delle maestre (dei maestri non parliamone), prendevo a ginocchiate il banco da sotto -- mi sentivo inscatolato. E da metà mattina in poi (cosa sovramodo, più d'ogni altra cosa odiosissima) c'era quella feroce luce cruda che entrava dalla finestra, e mi riempiva gli occhi di fosfeni, e mi dava voglia di dormire (a me, che odiavo, oltre alle tante altre cose, anche il dovermi abbandonare, anche ad ora debita, al sonno). Io, ora, non so chi altri ha mai avuto questa sensazione, ma la mia, al momento, venendo su 'sto blog di m***a, è proprio quello. Lo stesso. Con l'aggravante che la scuola è finita.
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#4   25 Maggio 2006 - 16:08
 
Sicché mi dico questo: o riesco a rivoluzionarlo, in qualche modo, o riesco a trovare una strategia, ma anche un volgare mezzuccio, una gabola persino un tantin sordida e schifolenta, che mi permetta di non sentirmi di nuovo un ammassetto di nevrosi, errori e aspettative clamorosamente sbagliate, oppure lascio perdere.

[TUTTO quello che mi circonda, tutti i mezzi a disposizione (pochi o nulli), le persone, le condizioni, le situazioni, le circostanze, le parole, i fatti, i luoghi, sembra trascinarmi al regresso. Soprattutto ultimamente. Vorrei tanto assaggiare un pocolino di manliness, solo un po', prima di morire].

Perché mi costa pena, ultimamente, una pena quasi terribile.
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#5   26 Maggio 2006 - 06:57
 
cos'è "manliness"?
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#6   26 Maggio 2006 - 08:09
 
strappa le ultime pagine bianche del blog, ti sentirai meglio.
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#7   27 Maggio 2006 - 09:05
 
?
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#8   27 Maggio 2006 - 10:42
 
su Nazione Indiana dicono che Arno è difficile...
siccome meriti (ma cosa?), ti consiglierei di intervenire ogni tanto su NI con qualche stilettata (=commento di stile rapido) e riparare poi fulmineamente sul tuo blog: novello Orazio, ti farai così inseguire dai Curiazi indiani, e li finirai qui in casa.

db
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#9   27 Maggio 2006 - 15:23
 
Chissà perché suggerisco sempre (a distanza, temo, e solo a distanza) idee così guerresche. Di persona ci si rende conto che semplicemente ho un problema di connessione (midollo spinale).

**********************

Ho finito questo libretto, che (spiego per chi non sa) è una cosa che merita (attenzione, lettura, questo lo so), si intitola "Dalla vita di un fauno", è del 1953, è di Arno Schmidt, scrittore altamente sperimentale tedesco (1914-1979) nato da famiglia piccoloborghese (il padre era nella Polizia), professionalmente inquadrato come perito nel tessile, legato non alla grande città ma alla provincia tedesca (che m'immagino monotona e un po' asettica). Fu un genio matematico, la cui promettente carriera universitaria fu stroncata prima di nascere, nel 1933, per il suo fermo dissenso nei confronti del partito Nazionalsocialista. Dovette tuttavia prestare il servizio militare, per anni durante i quali fu soprattutto bravissimo topografo. Fece per molti anni una vita di quasi-stenti; nel '55 fu processato per oscenità, a causa di certe echi joyciane di un racconto. Giunto alfine ad una relativa stabilità economica, si dedicò a morte alla scrittura. Una sua opera particolarmente originale è una sorta di Acus Nautica che s'intitola "Zettels Traum", 1352 pagine che raccolgono 120.000 schede (che costituiscono un romanzo -- la sua narratività è di tipo frammentario, e la ragione la dico qui sotto), e che dovette essere pubblicato fotostaticamente perché era stato certosinamente battuto a macchina su fogli in formato A3, e con un' impaginazione che, a quanto ne ho letto, dovrebbe essere margarita+corollario, a sinistra le note erudite, a destra le divagazioni. E si dà il caso che io abbia sempre sognato di scrivere un romanzo su fogli in formato A3, con margarita+corollario, note erudite e divagazioni (se ne parla qui: http://www.a-schmidt.org/bibliographie_cl.html). Schmidt procede per frammenti perché la scrittura è ricordo -- record, di qualcosa di cui ci si rammemora -- volontariamente o involontariamente, qui non importa. Che si tratti di reminiscenza o madeleine, sta di fatto che fisiologicamente, come ha fermo in testa Schmidt, noi non ricordiamo affatto secondo un flusso continuo, ma per flashes.
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#10   27 Maggio 2006 - 15:34
 
Non sono né le epifanie joyciane né alcuno 'stream', che può contenere il ricordo ma non è fissato sul fatto che la scrittura è ricordo. Men che meno c'entra, direttamente, Proust, benché d'altronde c'entri moltissimo per la rilevanza data, in generale, all'asse tempo-memoria. (Mi rendo conto che la mia è una profanazione e che non dovevo nemmeno fare i nomi di Joyce e Proust, ma sono così fiacco che non ho nemmeno voglia di cancellare). -- Posto però che si consideri che Schmidt recupera questa centralità del tema, ma non la concezione. Vi sostituisce (per così dire) la sua: la memoria non ha movimento ondulatorio ma corpuscolare. Sicché Schmidt procede per frammenti, che, privi affatto di un tessuto connettivo aut ganga che tenga assieme, riproducono (ho provato a fare paragoni con quello che càpita a me, con la mia memoria, pigramente impegnata talvolta nell'esercizio della reminiscenza da diario -- e Schmidt è un autore ricordato per il suo importante diario, anche) proprio questo meccanismo (con grandi effetti di luminosità, mi è parso). Tanti frammenti, nel caso di questo testo (come, suppongo, anche di altri testi schmidtiani) formano una storia, assai densamente raccontata e assai limitata nel tempo: una storia banale, uno spaccato nella vita di un uomo abbastanza normale che vive un'esistenza ai limiti dello squallore come un anfibio, che si rende conto della mediocrità in cui è immerso (la moglie scema, il figlio vittima della propaganda del regime hitleriano, palloccolose ricerche erudite, &c.) ma, come molti, ci vive -- fino ad un tragico bombardamento, vissuto insieme all'amante. Più mille altre cosucce -- alla fine il romanzo, che conta non molte pagine, si rivela un condensato non poco denso. (Per questo temo fortemente di aver sparato qualche cazzata di troppo, ma forse è pura paranoja mia). E non posso non giustificare quelli di NI che lo trovano difficile, perché a schermo è estremamente faticoso. E' da leggere (almeno per un rimasto indietro come me) su un libro. E, pur sempre, con attenzione. Ma quanto alla difficoltà, non so. Adesso, non vorrei che tutto sonasse una deminutio nei confronti di ezrarhesus: io veramente non riuscivo a centrare il discorso (una normalissima 'cartolina'), forse il parallelo m'è venuto per via del fatto che si riferiva alla Germania, non so. In generale, dico che ci sono testi per cui vale la pena di fare un po' di fatica. Ma non so, mi escono solo banalità.

[La traduzione è magnifica. Il traduttore è meridionale, e ha tradotto le espressioni dialettali secondo che gli dettava la lingua natìa. L'effetto è singolarissimo, piccante, convincente. Le note sono di dibbì in collaborazione, e a me piace leggere le note erudite anche senza testo].

***********************

Dibbì, non so che cosa merito. Quello che ho, mi sa. E poi sono ignorante come una zappa. Con che faccia mi presento su NI?



[Colla mia, ovvio. Con che faccia io tema di esporre la mia faccia non so, ma d'istinto sono portato a temere, ho temuto].

...

Sono giorni di mobilità, sto cadendo in disgrazia dappertutto, perseguitato dall'astio di operatrici con la passione del calzino fetente. Sempre per la mia solita, assoluta, mancanza di discernimento. Ma mi piacerebbe scrivere qualcosa su Schmidt. Magari dopo aver letto altro, ma anche solo su questo "Dalla vita di un fauno". Se riuscirò si vedrà -- se postarlo qui o là (su NI non vado praticamente mai).
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#11   04 Giugno 2006 - 11:55
 
è molto bello questo post
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